GIUGULARE
di Manuele Pacifici
La
biblioteca "Lupo della steppa" presenta:
Giugulare
Manuele Pacifici
Poesia della "buona" notte
È freddo.
L'aria umida attraversa le ossa lasciandole fragili e soggette a dolori
irresistibili. Il mio vecchio corpo, stanco e deforme, si trascina nella
nebbia.
Ho bisogno di carne nuova, ho bisogno di sangue caldo, ma
questi denti vacillano, si scuotono, tremano. Al solo pensiero di affondare i
canini in una giugulare il mio corpo si desta. Al solo pensiero di dover
combattere per conquistare quella giugulare l'animo s'abbandona.
E resto lì, celato, negato alla vita, prossimo alla
morte? Giammai, il mio destino è di giacere lunghi anni in questo
oblio. Io non sono uomo, non sono animale, la vita non m'è cara e la
morte non esiste. Il desiderio, la passione, la lussuria, sono l'essenza e il
nettare della mia esistenza.
Io sono Dracula.
Parte prima
I
Era distesa in terra, un rivolo di sangue
scendeva da due piccoli fori sul collo. La camicia a brandelli, segno di una
lotta appena avvenuta e di un istinto combattivo, non copriva le sue
rotondità... e le gambe nude erano piegate, perfette nella posa fetale. I lisci
capelli color miele cadevano dolcemente sulle spalle e
sul viso. Quel viso tondo che mi aveva conquistato, quegli occhi grandi e di un
azzurro infinitamente profondo e quello sguardo intenso erano
rimasti incollati alla mia esistenza.
Mai la bellezza di una donna aveva lasciato un segno così indelebile dentro di
me...
"Quanto ti amo. Oh! Dieann, quanto ti amo. Non avrei sopportato di
vedere il tuo corpo sfigurato dal tempo".
La lasciai lì. Al risveglio non avrebbe capito ma
poi avrebbe imparato ad odiarmi, man mano, sempre di più.
Rughe come solchi attraversavano il mio
devastato viso. Le ossa sporgevano, la pelle cadeva, gli occhi neri brillavano ma erano in fuori, incavati, le palpebre a stento
riuscivano a tenersi su. I capelli grigi, lunghissimi e perfettamente lisci erano ben curati e si adagiavano sulle spalle magre. Solo le
labbra, ancora incredibilmente carnose, resistevano alle deturpazioni del
tempo. Avevo il terrore di uscire dal mio rifugio seppur io fossi "il
terrore". Il mio rifugio? Un buio palazzo in rovina, simbolo dei
bombardamenti antinazisti in un oscuro e dimenticato quartiere di una squallida periferia. La vita qui non valeva niente, non era
niente, non serviva a niente. Non aveva senso nulla quando
si era solo il frutto del lavoro di una puttana, e quando una vita nasceva solo
in quel caso. Così, qui avevo quello che mi serviva, e non dovevo
temere dei sospetti di nessuno. Perché non si sospetta
mai la morte di chi non è mai vissuto.
II
La rividi due anni dopo. La metamorfosi l'aveva cambiata. Gli occhi
avevano perso la dolcezza, l'incantesimo che racchiudevano si era sciolto e non
era rimasto che un freddo glaciale. Era notte fonda, si
avvicinava l'alba di un caldo luglio. Lei era seduta
su una panchina e sulle sue ginocchia un tizio teneva appoggiata la sua
testa. Dieann... le sue mani. Che
passione! Muoveva le dita delicatamente tra le ciocche scure e lisce del
giovane compagno. Disegnava sottili linee invisibili attorno ai suoi occhi,
sulle tempie, in fondo al collo e su sulle labbra. "...mmm...
come sai muoverle...".
D'un tratto Dieann s'accorse
che la luce era prossima e si bloccò. Guardò all'orizzonte. Guardò poi quel
collo, così bianco, sinuoso, così ben fatto. Aprì la bocca ed i suoi canini
brillarono ferocemente. I suoi occhi, Dio, i suoi
occhi erano completamente di fuori, vitrei, invasati. Stette lì un attimo di
troppo. Il giovane si girò in cerca di nuove coccole e lei, improvvisamente, cambio espressione. Nei suoi occhi tornò dolcezza, una dolcezza forzata.
Lui adesso la stava toccando. Le toccava i grossi seni, li scopriva, giocava
con i suoi capezzoli. La sua lingua scorreva in mezzo ad essi,
giù, fino all'ombelico. Saliva, poi, su un fianco. Giungeva sulla piega del
seno e poi tornava giù, fin oltre l'ombelico, sino al limite
delle sue mutandine. Con un gesto pratico tolse via le mutandine e la sua
lingua poté proseguire il suo percorso fino ad
immergersi nel desiderio. Lei intanto godeva ma
s'intravedeva sul volto l'ombra di un gesto di stizza.
Fecero l'amore, lì, al chiaro di luna e di un alba
sempre più vicina. Ed io non potevo sopportarlo. Ma restai lì, inchiodato forse dal ricordo dell'ultima volta
con lei e dalla paura di rovinare quest'occasione,
quella di potermi riavvicinare e lei. La sentii urlare, contorcersi e godei con
lei... ma il goffo ansare e l'urlo di lui mi
caricarono di un odio mortale.
Lei si rivestì, baciò lui, baciò il suo glande e poi
fuggì. Era tardi anche per me ma ora dovevo farlo.
Lui lanciò solo uno sguardo verso di me quando le mie
dita entrarono nel suo collo e gli troncarono di netto la giugulare. Bevvi
avido quel rosso nettare. Poi volai veloce come solo un pipistrello può essere, verso la mia casa. Ma
la luce si fece troppo intensa. Andai a sbattere contro un albero nel tentativo
di cercare un riparo almeno per quel giorno. L'aria era irrespirabile. Sentivo
la luce trasformarsi in fuoco sulla mia pelle. Mi salvò l'incavo di una grossa
quercia. Riuscii a malapena a entrarvi, era il nido
forse di un picchio, ed era abbastanza buio.
Con la stanchezza dei miei anni e della lotta per procacciarmi il cibo caddi in
un sonno profondo.
III
Un cielo grigio era sopra di me: una massa densa e informe, scura,
con strane strisce nere che disegnavano spirali, cerchi, e si muovevano come
serpenti di lunghezza variabile, con scatti imprevisti, comparendo e
scomparendo dal nulla.
Sui vetri le gocce cadute lasciavano una scia d'unto mentre
strisciavano via. Vivere così tanto rendeva aperta la
mia mente ai cambiamenti, più di qualsiasi uomo. Le guerre, ma forse, più di
tutto, la "pace", avevano reso il mio spirito immune ai cambiamenti,
o meglio: capace di assuefarli, di metabolizzarli più velocemente. Tutto questo
non mi aveva però impedito di essere molto critico con
la realtà che mi circondava. L'uomo continuava ad essere il vero nemico
dell'uomo, continuava a sbagliare, a sentirsi immortale, a fregarsene, ed io
non provavo il ben che minimo rimorso quando, anche inutilmente, squarciavo
quei colli.
Anche se il mio corpo stava, seppur
minimamente, invecchiando, in questi anni mi sentivo molto bene. Il sangue
scorreva con impeto nelle mie vene pompato da un cuore ancora forte. I miei
dolori erano sopportabili e stentavo a credere di potermi ancora muovere assai
rapidamente. Stavo vivendo "l'ennesima" seconda giovinezza. Sapevo
che sarebbe giunta. Anche se mi ero accorto che ogni volta
era sempre meno vigorosa, sempre meno forte, rispetto alla precedente: la linea
della mia vita era in fase calante ormai da secoli.
Nella notte la metropoli era un'enorme esplosione di luci e abbacinanti colori,
i loro riflessi rimbalzavano sulle enormi montagne che sovrastavano a nord, e
sulle nubi, quasi sempre presenti. L'incessante rumore
giungeva nella mia attuale abitazione come un suono basso, pulsante e
interminabile.
Io dimoravo lontano da quel caos ma mi rendevo conto
che il mio era un misero tentativo di fuggire, perché sapevo di dover tornare
di tanto in tanto. Sapevo di non potermi sottrarre all'uomo
così come l'uomo non poteva sottrarsi al suo destino.
Aprii gli occhi sul far della sera, il desiderio di sangue
s'era fatto forte dopo i cinque mesi estivi trascorsi in letargo. Le mie
abitudini erano cambiate spesso, ed ogni volta per consentirmi un'esistenza
migliore. Così evitavo i mesi estivi, in cui i giorni erano tali da dar poco
spazio alla notte. La "caccia" doveva essere
prudente e questo richiedeva una dose di tempo maggiore. Comunque,
ora mi sentivo pronto e non vedevo l'ora di inaugurare la nuova stagione!
Non ero solito frequentare gli stessi locali, ma sebbene la mole della città
fosse imponente, col tempo i bar, le gelaterie, i pub, le pizzerie, i
ristoranti, i parchi, i giardini, i cinema... qualsiasi luogo d'incontro
l'avevo visitato e questo per me voleva dire solo una cosa: presto sarei dovuto
partire.
Sostai davanti ad una birreria scalcinata in un vecchio quartiere
popolare. "Gli ubriaconi non sono ammessi" diceva un'insegna
all'entrata e, infatti, lì dentro... ne era pieno.
La fotocellula scattò e la porta si aprì, la solita nube di fumo m'accolse ed
io mi ci immersi. Lentamente, cominciai a scrutare le persone mentre mi avvicinavo al bancone, osservavo e
cominciavo a scegliere. Mi sedetti. C'erano due omosessuali, uno molto giovane,
l'altro sui quaranta. Si tastavano e si baciavano su un divanetto in un angolo
non lontano da me. Il giovane era piuttosto timido e, difatti, era il
quarantenne che gli cacciava la lingua in bocca a forza. Era sempre lui a
palpare con forza l'arnese del giovane. D'un tratto i
due s'accorsero d'essere osservati ed io diressi il mio sguardo altrove.
Un ciccione oltre i centoventi che indossava una
maglietta nera con un simbolo strano, mi venne incontro con un ghigno che forse
era un sorriso, e che, comunque, non mi piacque.
"Amico, cosa ti servo?".
"Un doppio jack liscio".
"Bene", aggiunse "se hai bisogno di qualcos'altro chiamami, io
sono Bile".
Poi, visto che non rispondevo: "e tu, come ti chiami?".
Ovviamente mentii "Serpico".
"Serpico?... mmm..."
e si voltò non prima di avermi fissato abbondantemente
il pacco. Si allontanò.
A parte i centoventi chili, era abbastanza giovane e pensai che forse
"avrebbe potuto essere ottimo".
D'improvviso sentii lo schianto di una bottiglia ed un urlo. Mi voltai. Il gay
quarantenne brandiva il collo di una bottiglia rotta sporca di liquido rossastro mentre il giovane si teneva con le mani il viso
grondante di sangue.
"Figlio di troia!" urlava il quarantenne "t'ammazzo come un
cane!".
Il giovane piangeva "Ma perché? Perchéeeee?!".
Vidi il quarantenne partire per affondare il colpo decisivo mentre tutt'intorno stava una folla che incitava e rideva. In un
attimo scansai la gente e diedi un calcio alla sua mano.
La bottiglia volò più in là.
Il tipo, colto di sorpresa s'avvento' su di me cercando di strangolarmi. Misi
una mano sulla sua gola, e l'altra sul suo pene.
Cominciai a stringere il pene ed a ruotare la gola. Lo vidi sbiancare cercando
di liberarsi della presa della gola, quindi strinsi di
più sul pene. Cercò allora di farmi mollare la presa sul pene
ma girai ancora la presa sulla gola. Lui tornò sulla gola e cercò di
colpirmi. A quel punto strinsi così forte sul pene che una grossa macchia di
sangue gli si dipinse sulla patta dei jeans chiari e
corti. Cacciò un urlo che soffocai troncando di netto la gola dal collo. Cadde
a terra rantolando in un mare di sangue.
Immediatamente fu il silenzio, la folla sembrava non
avere pi niente da ridere. Sentii Bile urlare: "Prendetelo! È un
assassino!". Lo sentivo che c'era qualcosa che non mi piaceva in lui.
Balzai oltre due persone che cercavano di prendermi e mi diressi verso Bile.
"Addio, Bile!" e correndo di fronte a lui con il palmo aperto gli
asportai di netto la gola. "Che spreco di sangue" pensai, e con in mano ancora le due trachee balzai fuori dal bar. Le
gettai sul marciapiede: le mie mani erano completamente sporche di sangue ed io
non ne avevo ancora assaggiato un goccio.
Si metteva male. La folla stava uscendo dal locale in preda ad un raptus di
follia omicida così decisi di fuggire laddove nessuno mi avrebbe
cercato: verso la porta di servizio del bar. Scrutai nella penombra.
All'interno del locale erano rimasti in pochi, erano intorno al corpo di Bile
che, evidentemente, doveva essere ancora vivo. Poi mi giunse un lamento.
Proveniva dal bagno. Un sibilo accompagnò i miei rapidi movimenti.
Singhiozzando, il giovane gay stava lavandosi il viso
ancora scosso per quel che aveva visto. "Dovresti gioire" dissi, ed
il giovane fece un balzo di lato "a quest'ora
potevi esserci tu al posto di quel porco".
"Cosa... cosa vuoi? Cosa... chi sei?" disse spaventato.
"Tu sei ancora fuori da tutto questo. E non lo
meriti. Perché ti stai lasciando andare a tutto?"
"Io non so... ma... tu... che cosa vuoi da me?" ora sembrò calmarsi.
"Io posso donarti il mezzo per volare. Per essere te stesso senza
timore."
"Cosa...?"
"Ora rilassati..."
Incredibile. Aveva capito tutto. O meglio: aveva
capito che peggio di così non sarebbe potuta andare. Non era oggi, ma forse
domani. Per quelli come lui, vivere era un optional, e lui, così giovane, aveva
sofferto così tanto...
Affondai i denti in quel collo così morbido, il sangue sgorgò veloce e sentii
nuova energia giungere al mio corpo. Non avrei appagato la mia sete, questa
notte, ma c'era tempo.
Si accasciò lentamente. Gli avevo lasciato la quantità di sangue sufficiente a
sopravvivere. Nel giro di una settimana il processo di mutazione sarebbe
terminato. Ed anche lui sarebbe diventato un
cacciatore della notte.
Ora si che questa città era diventata troppo
piccola per me.
Cinquant'anni.
Cinquant'anni da quando ero giunto in questo schifo.
Bah! Sapevo che sarebbe giunto questo momento, prima o poi.
La mia vita non era altro che un eterno errare, un eterno
adeguarsi, un eterno studio, osservazione e ponderazione. Un'eterna
preparazione all'appagamento della mia eterna sete.
IV
Partii la sera di un giorno di ottobre. Una
luna ubriaca mi guardò prendere il volo, cercò di
penetrare la coltre fumosa per illuminare il mio viaggio. Io contraccambiai il
suo sguardo con un gesto di riconoscenza.
"Partire è un po' morire". Soprattutto, per me, voleva dire
rinascere. Anche se non sapevo ancora dove.
Il viaggio fu lungo. Dovetti fare diverse soste, bevvi dalle gole di sfortunati
viandanti, mi persi in immense foreste, mi ritrovai
lungo il serpeggiare di fiumiciattoli. Infine giunsi.
Lungo una vallata vi erano diverse cittadine collegate strettamente quasi a
formarne una sola veramente imponente. Ma forse il fatto che non fossero unite
in una sola città le aveva preservate dall'assumere le
spaventose caratteristiche di una megalopoli. Le case erano basse, i comignoli
fumanti, l'aria (quasi) pulita.
Non era male per un povero ciucciasangue come me.
Mancava ancora qualche ora all'alba e decisi di dare un
occhiata in giro.
Man mano che mi immergevo in questo nuovo
mare di vite umane (ora assopite), sentivo farsi largo in me una sensazione
strana, indefinita, ma sempre più forte. Questa sensazione la interpretai come
un nero presagio. Un'ombra d'inquietudine si gettò nel mio animo. L'alba era
vicina. Volai verso le montagne, unica sicura dimora per questa notte.
V
I miei occhi si aprirono che il sole si era già abbandonato dietro un
sipario montuoso. Guardai i suoi riflessi sbiadirsi su un tappeto verde di
querce secolari. Vidi la luce del sole divenire buio profondo,
vidi l'amica morte venirmi incontro, risorgere dal simbolo della vita.
Mi sentivo forte, il mio cuore, le mie braccia... ma...
"OOOH!", i muscoli si tesero d'improvviso! Una fitta esplose alla
base del mio collo, urlai di dolore, urlai forte, cercai
di resistere. Un secondo diventò lungo un'eternità di attimi,
la vista si annebbiò, poi fu solo nero... ed urlai fino alla fine.
Al tramonto gli abitanti di una grande
vallata della foresta nera udirono distintamente provenire dai boschi che li
sovrastavano un urlo lacerante, profondo.
Pochi secondi. Nel rabbuiarsi gli autobus si fermarono. Le auto frenarono. I
loro conducenti, guardarono in alto confusi. La gente
smise di camminare, di battere il martello, di battere
sulla tastiera, di battere, di vedere le corse al cinodromo, di tirare giù le
saracinesche dei negozi. Tutti alzarono gli occhi alle montagne. Fu quasi
silenzio. Non un clacson, non una sirena, non un niente.
Durò qualche minuto.
Parte seconda
VI
Chissà perché alcuni di noi sviluppano questa capacità? Questa capacità di "sentire", di avvertire la presenza
dei propri simili, anche da molto lontano.
All'inizio pensai di essere l'unica, perché mi accorsi
che "gli altri" non riuscivano a riconoscermi tanto facilmente. Io,
al contrario, ero certa della "loro" natura e sapevo trovarli,
ovunque, anche a distanza di chilometri.
Pensavo che la rabbia, il rancore, l'odio, la sete di vendetta avessero spinto il mio fisico, e la mia mente, a sviluppare
una sensibilità superiore. Credevo che questo fosse un segno, che il mio
destino fosse quello di trovare colui che mi aveva
gettato all'inferno e di ucciderlo. Avrei messo così fine a questa
angoscia, a quest'ansia di vendetta che mi
mangiava dentro per poi vivere la mia nuova vita più serenamente.
Non fu facile però imparare a controllare il mio potere. Nei primi anni esso mi
si rivelò a tratti, nei momenti più disparati. Quando meno me lo aspettavo una
sensazione scuoteva così forte i miei sensi che spesso cadevo
in un breve stato di trance. Altre volte si manifestava con violenti sbalzi di adrenalina che aumentavano spropositatamente la violenza
delle mie azioni. Mi capitava così di sentirmi improvvisamente feroce e
particolarmente truculenta nel procurarmi il fabbisogno.
Passò ancora qualche anno.
Una notte che avevo deciso di "cacciare" dentro una discoteca capii il motivo dei miei disturbi.
Era una discoteca dark, dai colori molto cupi, che richiamava
epoche gotiche e medievali nel suo stile e nelle scene rappresentate sulle
pareti. I ritmi erano ipnotici, le luci colpivano come lampi e sembravano
cambiare la fisionomia delle persone, la forma delle cose. Tutto era come un
viaggio, molto simile ad un'allucinazione. Una densa coltre di fumo profumato
non mi permetteva di vedere a più di qualche metro. Sapevo come adescare le mie
prede, ma non volevo semplicemente una preda, io
volevo un uomo, volevo sentirmi ancora una donna, volevo illudermi di non
essere cambiata.
Mi lasciai andare a quel ritmo così cupo e profondo, sentii il cuore
assecondarlo. Non avevo idea di cosa stesse facendo il
mio corpo, la mia mente era lontana...
E quando tornai c'erano due occhi blu che mi guardavano, c'erano le sue robuste
braccia che mi sfioravano. I miei movimenti seguivano i suoi, e lo sentivo
desiderarmi, sentivo che mi voleva. Le mie anche
scendevano e lentamente risalivano, e in questo su e giù sentivo il suo ventre
toccare la mia schiena. Nel mio sangue scorreva ormai solo adrenalina. Tesi le
mani e lo abbracciai...
Volteggiando estasiata, in un mondo assolutamente irreale, vivevo
questa notte d'illusioni, e sentivo quasi scomparire la catena che mi relegava
allo stato di creatura disumana. E fare l'amore era
l'unico modo per dimenticare l'incubo in cui ero stata gettata.
Ma il solo pensiero che tutto avesse solo sapore di
finzione mi ricacciò in corpo una tal ferocia che in uno stato di totale
confusione e rabbia dilaniai il corpo del mio sfortunato amante... e stetti lì,
poi, assorta, nei suoi occhi blu, dolci ed esanimi. Sentii le palpebre pesanti,
piano, piano si chiusero e mi lasciai cadere sempre
più giù, là, in fondo a quel buco nero che era ormai rimasto al posto
dell'anima.
Fu in quello stato che, improvvisamente, il mio "senso" venne sollecitato. Mi colpì una fitta dura, ma ora sapevo
controllarmi e domai il dolore. L'istinto mi portò ad affacciarmi velocemente
alla finestra, ed il mio sguardo si diresse quasi automaticamente sui tetti dei
palazzi davanti a me.
Ma... come era possibile? Lui... mi aveva vista! Io
avevo visto lui, ma lui era lì, sapeva chi ero... e cosa ero.
VII
Era lì davanti a me, e mi parlava: "Mi chiamo Sylvian". Fiumi di parole, sensazioni contrastanti,
uno stato confusionale reso più acuto dal significato dei discorsi che lui
stava facendo, mi stavano stordendo.
Io non ero l'unica.
Non ero così per appagare la mia sete di vendetta. Non ero così perché dovevo
vendicare la mia attuale condizione di donnanon
donna.
Aveva un soprabito grigio, su un vestito nero. Era alto e piuttosto magro.
Aveva occhi chiari, grigi, un espressione seria e decisa.
Sembrava calvo, ma non lo era completamente, portava
capelli molto corti e sul biondo. Col passare dei minuti la sua voce sembrò
calmare la mia inquietudine. Mi accorsi adesso che la sua bocca non si muoveva,
e che la sua voce sembrava giungermi da dentro. Era incredibile. Lui comunicava
col pensiero.
Mi parlò di generazioni di vampiri che avevano combattuto per sopravvivere in
passato, contro lo Stato Pontificio e le sue inquisizioni. Mi parlò di anni difficili in cui l'estinzione sembrò essere l'unica
triste conclusione della loro (e della mia) storia. Mi disse
che proprio in quegli anni difficili nacque, spontaneamente, la necessità di
combattere uniti.
"La cieca violenza scatenata dal nostro istinto di sopravvivenza ci aveva
portati ad essere disuniti, a combattere egoisticamente ognuno per la propria
vita, rendendoci vulnerabili e fragili di fronte alla compattezza e all'abilità
nel riorganizzarsi degli uomini.
"Un giorno di molti secoli fa, fece la sua comparsa una nuova specie di
vampiro. Una specie che "sentiva" la nostra presenza. Ed il primo di questa specie si chiamava Morgan.
Fu lui a darci nuova speranza. Grazie al suo potere egli poteva contattare
tutti i vampiri e organizzare finalmente la grande
rivincita. Era come se avesse una visione globale di
quello che succedeva. In battaglia, infatti, lui sapeva immediatamente dove stessimo avendo i problemi maggiori, e poteva così renderci
in grado di ribaltare ogni situazione.
"Si, lui era il primo, ma non molto tempo dopo si scoprì che tutti coloro
che venivano contagiati da lui sviluppavano il suo stesso potere.
"Tu ed io non siamo altro che suoi discendenti."
Scoprii così quello che, in fondo, già sapevo: che non c'era nessun modo per
vivere più serenamente la mia condizione. Che una stupida vendetta
non avrebbe condizionato la mia vita. Che io
non ero più una donna.
Questa verità non mi caricò d'odio, non mi spinse
a sfogare tutto il mio risentimento con una violenza e una ferocia inumani. No,
questa verità cadde sulla mia testa con tale peso che mi sembrò di non avere
più forza. Mi sembrò di non avere più nulla in comune con la mia vita passata.
Uno scherzo del destino aveva voluto che mi chiamassi Dieann,
Die Ann. Uno scherzo...
oppure un presagio a cui avrei dovuto dare retta sin
da piccola.
Ormai, non era questo il problema.
No, non lo era.
Sylvian se ne andò,
malgrado lo avessi pregato, insistentemente di restare. Mi disse
che, dopotutto, un vampiro non è nato per stare con i propri simili, "e se
ciò è accaduto è stato solo per necessità". Mi promise comunque
che ci saremmo rivisti. Sparì. Così com'era giunto se ne andò,
volando oltre i tetti dai quali era giunto.
Era uno veramente affascinate Sylvian. Ma
pensai che tutto questo fascino derivava forse
dall'essere stato l'unica nota di calore in questa mia nuova esistenza. Sperai
di rivederlo...
Parte terza
VIII
Erano lì, uno di fronte all'altra: il passato e il futuro. Nella
penombra della foresta la vita sembrava essersi fermata. I cuori di tutte le
forme di vita presenti sembravano aver cessato di battere. L'aria era senza
brezza, ma una foglia si staccò dal suo ramo. Era secca, morta. Tutto ciò che
era morto sembrò voler essere vivo come se tenesse a distinguersi. Così la
grossa foglia cadde e in quel silenzio d'attesa fu un rumore sordo in una
stanza chiusa.
"Non ti sei neanche accorto di me. Com'è possibile, visto che sei tu che
mi hai contagiato?
"Io... posso ciò che tu non puoi, lo sento. E non
c'è bisogno che tu apra bocca, posso leggere quello
che pensi, mentre tu devi solo sperare che io parli. Perché?
E chi sei?"
Le parole di Dieann furono dure, e non ebbero pietà
per le anziane sembianze dell'uomo che aveva di fronte.
Lui, riprendendosi dal colpo subito a ancora
vacillando, lentamente si rialzò.
"Il mio nome è Morgan" disse.
La risposta fu un lungo silenzio. Poi, con gli occhi pieni di stupore Dieann chiese: "...quel Morgan?"
"Quel Morgan", si
riempì i polmoni come per caricarsi. "Il Morgan
che un giorno lontano ci strappò dal baratro dell'estinzione. Lo stesso Morgan che perse le redini del gioco e assistette alla
mutazione della nostra razza da esseri solitari e dannati, perennemente in
fuga, in vampiri in grado di formare una comunità, di crescere
intellettualmente nel rispetto di noi stessi, e potenzialmente in modo da poter
trattare con lo stolto uomo la nostra libertà, per avere un nostro
spazio indipendente accanto a loro"
Dieann sembrò paralizzata da quell'affermazione.
D'improvviso si sentii bloccata dalla forza carismatica di chi aveva di fronte.
Non potè far altro che stare ad ascoltare,
imbambolata...
Morgan intese il momento e seguitò.
"Purtroppo non sono mai stati maturi i tempi per un accordo del genere: né
per gli uomini e le loro religioni, superstizioni e paure, né per noi che con i
secoli ci siamo divisi sempre più, sparpagliati nel mondo per l'irrefrenabile
istinto di solitudine che ci spinge lontano prima da noi stessi, poi dal mondo,
Un istinto che è più una condanna alla dannazione e all'esilio.
"La delusione fu grande per il fallimento dei miei sogni, e portò a sviluppare
in me un senso d'angoscia profondo, viscerale nei
confronti della mia natura. Desiderai così il ritorno al vampiro originario,
quello solitario e dannato, senza alcun potere di comunicazione mentale, e lo
desiderai così forte che, un mattino, al risveglio mi accorsi
di esserlo diventato. Ora sono un semplice vampiro."
"Ma... perché? Perché hai voluto qualcosa in meno.
Avresti potuto fuggire, ugualmente, lontano!", Dieann stava cambiando. Cominciava a conoscere
quello che era stato il suo boia e man mano il sentimento d'odio cominciò a
mutare.
"Tu, forse, sei ancora troppo giovane. Non te ne rendi conto. Non hai
ancora mai provato, almeno una volta, l'impulso di correre, volare lontano,
veloce fino al limite delle tue possibilità, non hai mai desiderato lasciare
uscire quell'energia che riempie i muscoli e pompa
nelle vene, non hai mai..."
"BASTA!" urlò Dieann con in volto una
rassegnata disperazione, "ma non capisci? Possibile che centinaia di anni non ti abbiano ancora insegnato che noi..." sembrò quasi cadere, "noi siamo morti...",
nell'aria il rumoreggiare degli animali venne sovrastato dal verso di molti
gufi, che sembravano piangere. "Io ero felice. Lo sai questo? Non te lo
sei mai chiesto, vero? Preferisci tacere a te stesso e crescerti una morale
falsa. Io ero una donna: lo capisci? Ed io ti odio per
tutto questo, ti odio per come mi hai fatto sentire, per cosa mi hai fatto
diventare. CHE VITA È QUESTA?!!" le vene gonfie
sul collo, sulla fronte, il volto paonazzo di colpo si distesero, e Dieann cadde, sfiancata dagli eventi, cadde sulle ginocchia
e poi a terra esausta. Morgan non ebbe la forza di
aprire bocca.
La vide ancora una volta come allora, la prima volta,
quando fece tutto per uno slancio d'amore, quando lasciò andare se stesso a
quel gesto, quando credette veramente che donargli
l'eternità fosse la cosa più giusta da fare.
Ora le sue convinzioni erano statue di ghiaccio al sole, ora
non aveva più sicurezze da estrarre dal cilindro della sua secolare
esistenza. Ora, tutto quello che sentiva era racchiuso in un'unica figura, una donna, e realizzare il suo amore per lei era
pura utopia.
Lei lo odiava, e lui sapeva e capiva che tutto questo non sarebbe
mai potuto cambiare.
Si chinò su di lei e la raccolse tra le braccia.
IX
Dieann dormiva.
E mentre dormiva sognava. Ma
non erano bei sogni.
Il letto sembrava una graticola per lei. Si girava, si rigirava e si
contorceva. Era sudata, bagnata fradicia, e sembrava lottare contro i fantasmi
che popolavano i suoi sonni. La sua danza sembrò non curarsi del tempo, ma minacciosi, i primi raggi di luce segnavano
l'avvicinarsi del giorno e così Morgan portò con se,
nella sua cripta Dieann. Non avrebbe mai immaginato e
mai voluto che Dieann giacesse con lui in queste
condizioni. Lui sognava castelli per lei, e come un bimbo che non vede la realtà che lo circonda si illudeva.
Non gli restò che chiudere gli occhi e sognare. E sognando
credere di aver realizzato il suo sogno.
X
Era ormai il tramonto. Dieann sentì nel
dormiveglia i formicolii classici del risveglio. Le membra sembravano captare
le particelle di luce del sole. Era come se il corpo assaporasse costantemente
l'aria e capisse quando quest'ultima
fosse sgombra dall'inquinamento della luce.
Una lingua d'aria fredda scivolò lungo la sua schiena e Dieann
aprì gli occhi. Ci volle qualche istante prima di
capire tutto. Si alzò scrutando nel buio della stanza. Era sola. Dov'era Morgan?
Lei non lo "sentiva". E non era
neanche nei dintorni. Non c'era la benché minima traccia di lui nel suo campo
sensoriale. Se ne era andato.
"Perché?" pensò.
Dentro di se Dieann era mutata.
Era cambiata la sua posizione nei confronti di Morgan.
Erano cambiati i suoi sentimenti.
Dov'era Morgan? Lei doveva
ritrovarlo.
Si alzò e cercò l'uscita da quello che gli sembrò un rifugio sotterraneo. Salì
dalle scale e aprì una porta. Fuori, era ormai buio.
Ancora confusa e stordita dai fatti degli ultimi tempi decise
di andare alla ricerca di Morgan. Ma lei non lo odiava più, era stato il suo carnefice, eppure
non provava risentimento. Aveva visto dentro di lui e l'aveva conosciuto. In
lui non esisteva odio o follia, ma solo una passione che investiva ogni sua
azione. Il suo sonno agitato non le rivelò nient'altro che...
che si era innamorata di lui.
Ma dov'era? Perché l'aveva lasciata?
Passando per la sala notò un biglietto sul tavolo. E come un adolescente al suo primo amore si gettò su quell'unica speranza di rivederlo. Strappò la busta quasi
neanche leggendo il "per Dieann" e spiegò
velocemente il foglio all'interno.
Ma il Paradiso divenne Inferno e con occhi terrorizzati, bagnati di
disperazione si ritrasse gettando via quelle parole volendo non averle mai
lette!
Si voltò, cercò un' uscita e corse. Superò la soglia ma inciampò in qualcosa di grosso e cadde
rovinosamente. Si rialzò immediatamente e tornò indietro a vedere.
Dapprima velocemente, poi, esitando si avvicinò. La luce proveniente da dentro
la casa illuminava parzialmente la soglia, ma fu sufficiente.
Dieann si inginocchiò
accanto a quell'ammasso di carne carbonizzata e
ancora fumante, e urlò. Con tutta la forza, con tutta la sua disperazione
contro la vita, il destino e la morte, che era desiderata più di ogni altra cosa.
Un altro urlo riechieggiò nella valle...
Per Dieann
Cara Dieann, sono giunto in fondo ad un
viale e ho guardato in dietro: è giusto che paghi il conto.
Ancora una volta la passione mi ha tradito. E come in passato
ha portato in me solo un'altra profonda delusione.
Non so se batte un cuore nei nostri petti, non so se sia il caso di parlare
d'amore: se siamo morti perché dovremmo fingere di essere
vivi? Questo nostro essere eternamente combattuti è solo un riflesso
delle nostre vite passate o c'è ancora un'anima in noi? Io so solo che provo
dolore. Può un morto provare dolore?
Provo dolore per il male che ti ho inferto. E spero che questo ti appaghi.
Domani comincerà una nuova vita per te, senza il peso dell'odio nei miei
confronti.
Ancora una volta il mio gesto è dettato dalla mia
passione.
Ma, stavolta sono sicuro, non sbaglierò. Io non
esisterò più.
Addio amore,
Morgan
...AMMAZZA…
di Manuele Pacifici
Ore 7:50.
Soliti 20 minuti di ritardo.
Getto il borsone della palestra sul
sedile posteriore e salgo in macchina.
Giro la chiave.
Nessuna luce illumina il quadro.
Riprovo. Niente.
Sbuffo. Guardo fuori.
“Calma…”
La situazione è critica ma… “calma…”
Esco dall’auto, prendo il borsone
più pesante della storia e vado.
Ore 8:00.
Fermata bus.
Non ho la più pallida idea di quanto
ci metterò.
Previsioni arrivo in ufficio: 1 ora
(fondate su niente).
Ore 8:05.
Arriva il bus.
“Che culo!”.
Si aprono le porte.
Groviglio di mani, teste e gambe.
“Devi provare”
M’immergo in una marmellata umana
che bestemmia.
Le porte si chiudono.
“Aia!”
Le porte si sono chiuse su una mano.
Lascio la presa e “addio borsone”.
L’autobus sembra camminare senza
grossi intoppi.
Previsioni: 45 minuti.
Ore 8:15.
Grosso intoppo.
Previsioni: 1 ora e ¼.
Ore 8:25.
Previsioni: 2 ore.
Varie imprecazioni assortite in
raccoglimento silenzioso.
Ore: 8:40.
Un signore molto gentile, in giacca
e cravatta esclama: “Biglietto, prego…”
“Eh già: bisognava fare il
biglietto.
“Va bene: ecco il documento”.
Già… ma il portafoglio?
“Un attimo, mi scusi…”
Bastano pochi istanti per giungere
alla conclusione che m’hanno scippato.
Ore 8:45.
Ho fatto pena al controllore il
quale mi ha, gentilmente fatto scendere.
“Si, vabbè,
ma adesso?
“Porca Eva! Dove cavolo sono?
“Stavo andando verso l’ufficio,
possibile che io non abbia mai fatto caso a questo posto?
“Che faccio?
“Potrei aspettare un altro auto”.
Ore 8:50.
Previsioni: è già tanto se arrivo.
Mi si ferma accanto un tipetto in scooter dall’aria simpatica, con un bomberino e stretti jeans
dentro gli anfibi. Si offre di darmi uno strappo.
Accetto volentieri.
“…e poi parlano così male dei
giovani d’oggi…”
Mentre andiamo mi fa un mucchio di
domande. Tipo: dove lavoro, cosa penso del nostro paese, se sono sposato, se ho
dei figli.
Ad un certo punto mi tira sù una filippica sui veri
valori, sulla necessità di più ordine, di un nuovo ordine, sul bisogno di
educare i nostri figli alla disciplina, all’orgoglio, alla difesa delle nostre
tradizioni, della nostra religione.
Poi si ferma dentro il cortile di un
palazzo dove ci sono un sacco di ragazzi vestiti come lui.
Cacciano fuori i coltelli e mi
ordinano di dargli tutto quello che ho. Cioè l’orologio e una catenina.
“Serviranno alla causa di tutti!”
“Almeno potevi darmi uno strappo…”
La battuta non piace.
In breve mi gonfiano e mi gettano
fuori dal cortile.
Ora: non precisata, ma siamo verso
il tramonto.
Il sole si fa basso sul mare.
“Mica male sto spettacolo…
“Inutile chiedermi come io sia
giunto qui.
“Com’è evidente, non sono più andato
al lavoro.
“Ho gironzolato un po’.
“In fin dei conti non avevo mai
visto Roma così, non avevo mai visto Roma nelle ore e nei giorni di lavoro, non
avevo mai visto questa Roma.
“Si, certo, nel frattempo sono
riusciti a fregarmi anche la giacca.
“La cravatta l’ho regalata e
stranamente nessuno m’ha chiesto le scarpe”
“Bello il mare, eh?”, una voce molto
roca, certamente non mia, interrompe il flusso di questi illuminanti pensieri.
Un tizio brutto e sporco è seduto
accanto a me da non so quanto.
E’ chiaramente un barbone.
“Scommetto che vuole le scarpe…”
Lui mi guarda inespressivo.
O meglio: mi guarda una maschera di
pelle callosa. Solo dagli occhi giungono cenni di vita.
Poi favela: “Siamo nervosi?”
“Te che dici?” e gli mostro le
tasche vuote e i lividi.
“Giornata storta…”
“Già…”
“Ti capita spesso?”
“Così storta è la prima volta.”
“…mmm…”,
passa qualche secondo di silenzio,“Beh, a volte certe giornate nere racchiudono
preziosi insegnamenti…”
“Ecco: mi ci mancava pure un fottuto barbone filosofo…”
“Ti senti tanto migliore di me?”
replica lui.
“Beh, peggiore è difficile”
“E che cosa ti fa sentire tanto
migliore?”
Lo guardo.
Che personaggio insolito.
All’improvviso un barbone diventa un
distinto signore di una certa età che
chiacchiera su una panchina dell’esistenza.
Non hanno più importanza gli stracci
che indossa o il tanfo d’immondizia che emana.
“Hai ragione: non sono migliore di
te.
“Neanche ti conosco…
“Ma sai: oggi è così difficile
valutare le cose…”
Lui:“Non lo è per nessuno, facile.”
“Sono stato vittima di un
pregiudizio, forse ti ho giudicato male.”
“Forse…”
“Beh, ma allora… insomma, cosa devo
pensare di te?”
“Devi per forza pensare qualcosa?”
“Beh, vorrei evitare di avere altri
guai…”
Lui:“E’ importante sapere quello che
si vuole. Personalmente non ci sono mai riuscito.”
Porca Eva! Le sue parole mi
colpiscono, la sua voce m’ipnotizza. Mi sento come un allievo innamorato del
proprio professore, un ragazzo avido d’esperienze e di sapere.
“Io mi chiamo Manuele, e tu?”,
chiedo.
“Io no…”, rimane serio per un
secondo, poi la maschera si corruccia tutta e scoppia in una risata grassa,
profonda, spontanea.
Mi si apre un sorriso.
“…divertente…” faccio, un po’
ironico.
“…scusami…” fa lui divertito, “mi chiamo
Tecraso.”
“…mmm…
sembra un nome greco, ma non l’ho mai sentito…”
“E’ un nome che mi sono dato, un po’
per dimenticare chi ero, cos’ero…”
“E l’hai dimenticato?”
“No, ma è lontano ed ora ricordo con
distacco.”
Io: “E’ una storia triste?”
“Forse per te lo sarebbe. Per me,
ieri avevo gli occhi chiusi, oggi sono contento di pensarla come la penso,
prima non avevo il grado di consapevolezza che ho oggi. Sono felice di essere
cambiato e quello che mi è successo lo vedo come qualcosa che è stato
necessario.”
“E non hai dubbi di sbagliare?”
“Certamente, ma vedi: io credo che
nessuno di noi debba mai essere troppo convinto di se stesso.
“Per me non è mai debolezza non
essere mai sicuri di se stessi.
“L’unica cosa che so è di non sapere.”
Io: “Questa l’ho già sentita…”
“Tu sembri abbastanza recettivo, ma,
come dire, forse sei troppo legato al comune modo di pensare.”
“Si, tu mi sembri di un altro
mondo…”
“E forse lo sono. Nel senso che
questo mondo non mi appartiene, che è fuori dalla mia logica”
Non so dire quanto tempo stemmo lì.
Per conto mio, ero completamente
rapito.
Difficile capire cosa stesse
succedendo, ma era qualcosa di molto forte.
Era molto tardi, forse qualcuno si
stava preoccupando per me, era il caso di fare ritorno.
Abbracciai Tecraso,
lo salutai con deferenza, ammirazione. Gli chiesi dove potessi rivederlo.
Pronunciò il nome di una piazza. Ci congedammo.
Feci qualche passo, poi una mano mi
picchiettò su una spalla.
Mi voltai. “Tecraso!
Dimmi…”
Il suo volto era molto serio.
Qualcosa mi punse la pancia.
Abbassai lo sguardo.
Mi stava puntando un coltello.
“Le scarpe…”